Il contributo italiano in Libia e gli insegnamenti del Libano

Il contributo italiano in Libia e gli insegnamenti del Libano

La partecipazione dell’Italia all’intervento di stabilizzazione in Libia, annunciata più di un anno fa, è ormai imminente. Il 16 dicembre 2015, le principali fazioni politiche nel paese hanno infatti siglato un accordo per formare un governo di unità nazionale, una delle condizioni previste per l’impegno italiano. La data di lancio dell’intervento si avvicina e la domanda che viene pertanto naturale è: come può il governo italiano contribuire alla pace in Libia e al tempo stesso minimizzare i rischi legati all’intervento in un paese fragile e a rischio di conflitto?

La nostra ipotesi è che l’esperienza in Libano, dove l’Italia è impegnata dal 2008, possa rivelarsi un efficace punto di partenza. Una riflessione sui successi e sulle difficoltà di quell’intervento può, infatti, offrire diversi insegnamenti (lessons learned) per la pianificazione della missione in Libia e rappresenterebbe una novità per le agenzie italiane impegnate su temi di pace e sicurezza, tra le quali simili scambi sono quasi completamente assenti.

Partire dall’esperienza italiana in Libano è particolarmente pertinente in virtù di un altro fatto: il consenso che esiste riguardo al ruolo dell’Italia in quel paese è generalmente positivo, ma nessuno si è finora sforzato di studiare le cause che hanno portato a questo successo. Che cosa ha fatto, dunque, l’Italia di così positivo?

L’intervento italiano in Libano scattò come risposta alla guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah. Subito dopo la firma del cessate il fuoco, il Consiglio di Sicurezza ONU, attraverso la risoluzione 1701, affidò il monitoraggio del nuovo accordo alla UN Interim Force in Lebanon (UNIFIL)—missione già attiva nel paese, ma il cui ruolo e dimensioni furono ampliate dalla risoluzione. Da allora l’Italia gioca un ruolo guida nella missione, contribuendo con il secondo maggior numero di soldati (1.100) e gestendone regolarmente il comando.

Il compito principale di UNIFIL è di contribuire alla sicurezza, ma nel corso degli anni il mandato della missione si è evoluto fino a includere l’appoggio alle forze armate libanesi nel processo di dispiegamento nel sud del paese e l’assistenza umanitaria. UNIFIL fa regolarmente uso di progetti d’impatto rapido in settori tutt’altro che militari: la costruzione di cliniche, il rinnovo di spazi pubblici, etc. Il ruolo dei soldati italiani sembra quindi essere diverso da quello di altri attori. “È generalmente riconosciuto”, scrive Marina Calculli, ricercatrice presso la George Washington University, “che le truppe italiane sono coinvolte, più che altre, in varie attività civili che vanno a beneficio delle popolazioni locali, e impegnate in un dialogo politico con la leadership locale, che spesso è pro-Hezbollah”.

E l’impegno italiano nel paese va ben oltre l’UNIFIL. Tra le iniziative maggiori appoggiate dall’Italia c’è il programma ROSS (Riabilitazione, Occupazione, Servizi, Sviluppo), con cui il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) ha finanziato progetti a beneficio di 100 municipalità libanesi. Il MAECI ha anche appoggiato 20 ONG italiane, molte tuttora impegnate nel paese in settori dall’umanitario al sociale, e creato, nel 2009, un tavolo italiano di confronto e coordinamento civile-militare.

Questi elementi suggeriscono un’evoluzione del contributo italiano in Libano, da un approccio di puro peacekeeping, dove il fulcro è il ruolo dei soldati nel promuovere la sicurezza, a uno di peacebuilding che mira a rafforzare le istituzioni e il nesso tra queste e i cittadini. Questo potrebbe essere una delle ragioni per il successo dell’impegno italiano. Calculli ne indica altre due: il fatto di aver riconosciuto la legittimità di Hezbollah, scelta che altri hanno evitato, e la politica di equivicinanza, che ha permesso all’Italia di mantenere la fiducia di tutte la parti in conflitto.

Questi fattori potrebbero essere critici per garantire che il contributo italiano in Libia abbia un simile successo, ma senza maggiori sforzi per facilitare una riflessione critica sull’insieme delle esperienze italiane in Libano, essi rimangono superficiali, incompleti e inutili ai fini delle decisioni politiche e strategiche che l’Italia si troverà a prendere. Va anche riconosciuto che la Libia è molto diversa dal Libano: il paese è ancora in uno stato di guerra civile e presenta una forte minaccia terroristica. Ciononostante, esistono anche importanti similitudini, come un contesto istituzionale ancora fragile e la presenza di milizie armate.

La proposta di AP è quindi di lanciare un processo critico per identificare quali lessons learned dal Libano possono servire in Libia. Questo processo deve poter portare insieme rappresentanti da tutte le diverse realtà impegnate in Libano: il governo e le ONG italiane, e anche i rappresentanti della società civile libanese che hanno partecipato (come partner o beneficiari) a questi interventi. E deve essere basato su di un confronto aperto sia su quello che ha funzionato, sia su quello che non ha funzionato. Solo così si potrà assicurare che un simile investimento possa portare a scelte politiche capaci di contribuire alla costruzione di una pace duratura in Libia.

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