La pace in Libia non è più una priorità per l’Italia

La pace in Libia non è più una priorità per l’Italia

A quasi due anni dalla firma dell’accordo di Skhirat in Marocco, che aveva fatto sperare che la pace potesse arrivare in Libia, la strategia italiana nei confronti del paese è cambiata. Da un approccio di sostegno alla stabilità, in cui il governo italiano s’impegnava ad appoggiare la riconciliazione nazionale, si è passati a una strategia focalizzata sui migranti. Lo stimolo per questo cambiamento è principalmente legato alla politica italiana: è infatti conciso perfettamente col cambio di governo nel dicembre 2016, in cui l’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è diventato Presidente del Consiglio. Per quanto giustificato in Italia, in Libia questo cambiamento ora alimenta il rischio concreto di aumentare l’instabilità e la violenza.

L’accordo di Skhirat, siglato a dicembre 2015, doveva dare nuovo vigore al dialogo politico nazionale sponsorizzato dall’ONU, creando un governo d’accordo nazionale (government of national accord, o GNA) come strumento per sanare le divisioni politiche tra le fazioni (e milizie) della Libia occidentale e quelle della Libia orientale. Ma il successo iniziale è durato poco, e il dialogo nazionale ancora non ha portato alcun risultato, nonostante continui incontri (l’ultimo in ottobre). Intanto, la situazione umanitaria continua ad aggravarsi in tutto il paese.

In tutto questo, l’impegno della società civile libica per risolvere conflitti e promuovere la riconciliazione e la pace va invece avanti. Una ricerca dalla Durham University, per esempio, ha analizzato come il ruolo di tribù, famiglie e forme associative tradizionali si sia evoluto in questi ultimi anni per colmare il vuoto lasciato dalle autorità libiche nel gestire i processi decisionali a livello comunitario. A questo si accompagnano le continue iniziative di varie ONG, come per esempio VNG International e il Centre for Innovative Local Governance, che a settembre hanno portato assieme diversi rappresentanti di municipalità e società civile libiche per parlare del loro supporto alla costruzione della pace.

La società civile continua in altre parole a mandare avanti importanti iniziative di dialogo e riconciliazione anche quando i politici non possono o non vogliono farlo. Ma quello che essa può realizzare rimane limitato dalla mancanza di risorse e di sostegno. E su questo fronte l’assenza di un contributo da parte dell’Italia è cospicua.

Laddove col concordato di Skhirat l’Italia s’impegnava, infatti, a dare la priorità all’inclusività di un accordo politico nazionale, la strategia del governo è oggi focalizzata quasi esclusivamente su migrazione e sicurezza. Questo cambiamento è evidente nelle principali decisioni prese dalla fine del 2016 a oggi: il trattato siglato tra l’Italia e il governo d’accordo nazionale a febbraio, finalizzato ad aumentare le capacità della guardia costiera libica nel controllare il traffico dei migranti; le varie visite del Ministro dell’Interno Marco Minniti in Libia; e le aperture parallele al generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dietro le fazioni dell’est, e all’Egitto che lo sostiene (l’Italia ha rimandato il suo ambasciatore al Cairo in agosto, dopo averlo richiamato per 16 mesi a seguito dell’uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni).

L’abbandono della pace e della riconciliazione come obiettivi della politica italiana in Libia può sembrare giustificato davanti alla minaccia che i flussi di migranti rappresentano per l’Italia e per l’Europa, ma è una scelta miope e rischiosa, per tre ragioni.

In primo luogo, la strategia italiana non prende adeguatamente in considerazione le dinamiche di conflitto in Libia. In un paese in cui centinaia di milizie e fazioni si contendono il potere, la stabilità è determinata da alleanze che mutano in base all’appoggio, alle opportunità e alle risorse messe a disposizione da attori internazionali. Senza un’analisi più inclusiva, l’approccio dell’Italia non solo può non riuscire a contribuire a un accordo, ma anzi può alimentare nuove violenze tra fazioni.

Secondo, l’attenzione sui migranti sacrifica obiettivi a lungo termine a favore di quelli a breve termine. La sicurezza dell’Italia e dell’Europa può, infatti, essere garantita solamente da una Libia stabile, democratica e rispettosa dei diritti e delle opinioni dei propri cittadini. Il sostegno all’accordo di Skhirat, per quanto imperfetto, rispondeva a questa logica, mirando a trovare una soluzione tra leader politici da cui potesse beneficiare l’intera popolazione. Le decisioni dell’ultimo anno invece aumentano il potere delle élite a scapito dei cittadini, le cui condizioni di vita continuano a peggiorare.

Terzo, gli accordi stretti tra Italia e Libia, col consenso dell’Unione Europea, hanno creato un nuovo problema: una crisi umanitaria riguardante le decine di migliaia di migranti ora bloccati nei centri di detenzione libici. Queste persone vivono in condizioni tragiche, e direttamente imputabili alle politiche europee.

Non è ancora troppo tardi per promuovere la stabilità in Libia, ma un cambiamento strategico nelle politiche italiane ed europee è necessario. Per fare questo, il governo italiano deve mettere la pace e la riconciliazione al centro delle proprie strategie e impegnarsi per una più grande inclusività a livello di dialogo politico e il pieno rispetto dei diritti umani.

Foto: Human Rights Watch (2015)

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