L’intervento militare in risposta all’uso di armi chimiche in Siria: nuove riflessioni sul divieto internazionale di uso della forza

L’intervento militare in risposta all’uso di armi chimiche in Siria: nuove riflessioni sul divieto internazionale di uso della forza

Ad aprile 2017, l’attacco USA in risposta al presunto uso di armi chimiche da parte dell’esercito siriano a Khan Shaykhun, è stato ampiamente considerato una violazione del divieto di uso della forza. Allo stesso tempo, una parte significativa della comunità internazionale ha però sostenuto, o approvato tacitamente, l’intervento illegale. Questa discrepanza ha sollevato la questione di un possibile cambiamento del divieto internazionale di uso della forza, la norma fondamentale per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale sancita già nella Carta ONU, che potrebbe ammettere nuove eccezioni in caso di interventi in risposta a crimini internazionali (come l’uso di armi chimiche) o per ragioni umanitarie. In quel momento, l’analisi concluse che la mancata reazione alla violazione, in assenza di una giustificazione chiara e coerente espressa dagli Stati, non aveva prodotto conseguenze sulla norma.

A un anno di distanza, il 14 aprile 2018, USA, Regno Unito e Francia hanno tuttavia condotto un ulteriore attacco a basi siriane, in risposta al presunto uso da parte dell’esercito di armi chimiche nella città siriana di Douma, del precedente 7 aprile. Il dibattito sulla legalità di un intervento militare contro l’uso di armi chimiche è così tornato a essere d’attualità, e le reazioni della comunità internazionale all’attacco del 2018 richiedono una nuova analisi e ulteriori riflessioni.

Per quanto riguarda le reazioni politiche, le prime dichiarazioni ufficiali provengono dalla sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza ONU, riunito il giorno stesso dell’attacco. La Federazione Russa ha proposto una bozza di risoluzione per richiedere l’interruzione di azioni militari in violazione del diritto internazionale. Tuttavia, la proposta è stata sostenuta solo da tre membri (tra cui Russia e Cina), mentre otto hanno votato contro (tra cui Francia, Regno Unito e USA) e quattro si sono astenuti.

Già il voto nel Consiglio di Sicurezza mostra, come nel caso del 2017, che la comunità internazionale non ha espresso una condanna esplicita alla chiara violazione del divieto di uso della forza. Il sostegno all’operazione, infatti, si è esteso oltre il gruppo dei cosiddetti stati occidentali: circa metà dei membri della comunità internazionale ha infatti approvato esplicitamente l’intervento armato, mentre solo una minoranza di stati ha condannato espressamente l’azione, come evidente dai seguenti grafici:

Reactions to 2018 airstrikes

(Per i dati completi: Just Security, Mapping States’ Reactions to the Syria Strikes of April 2018–A Comprehensive Guide)

Per quanto riguarda invece gli aspetti più inerenti al diritto internazionale, come le giustificazioni all’intervento militare (o l’assenza di esse), si osserva innanzitutto che la mancata reazione contro una violazione del diritto internazionale non è sufficiente a modificare una norma, o ad affermare la decadenza della stessa. Gli USA, il Regno Unito e la Francia hanno fornito diverse e contraddittorie giustificazioni all’operazione, e pochi altri Stati hanno chiarito il loro sostegno all’intervento militare con argomenti giuridici.

Il Governo del Regno Unito ha immediatamente pubblicato un policy paper per affermare che l’intervento era giustificato dalla dottrina dell’intervento umanitario. Il documento elenca le condizioni per cui la dottrina sia applicabile: sussistenza di prove di una crisi umanitaria su larga scala, la necessità di azione immediata, l’assenza di alternative praticabili all’uso della forza, la necessità e proporzionalità dell’intervento. Ciò detto, mentre il Regno Unito sostiene con coerenza la legalità dell’intervento umanitario in Siria fin dal 2013, il diritto internazionale non riconosce, al momento, la dottrina, come peraltro confermato tra gli altri da un’inchiesta del Comitato Esteri del Parlamento inglese nel maggio 2018.

Per quanto riguarda gli USA, l’ufficio legale del Dipartimento di Giustizia ha pubblicato un memorandum il 31 maggio per sostenere la legalità del bombardamento di aprile. Gli USA hanno giustificato l’operazione affermando gli obiettivi di supportare importanti interessi nazionali nella promozione della stabilità regionale, di prevenire il peggioramento della catastrofe umanitaria nella regione, e di un’azione deterrente contro l’uso e la proliferazione di armi chimiche. Infine, il documento afferma che l’intervento non costituisce una vera e propria “guerra” tale da richiedere l’approvazione del Congresso. Il documento offre quindi posizioni interessanti e controverse per quanto riguarda il diritto USA, ma non si occupa della possibile legalità del bombardamento per il diritto internazionale

La Francia non ha dato giustificazioni a difesa della legalità dell’intervento. Nella sessione del Consiglio di Sicurezza, il suo rappresentante ha ricordato le parole del Preambolo della Carta ONU,  affermando, paradossalmente nel contesto di giustificazione di un bombardamento illegale, l’obiettivo di “creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti da trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti”.

In conclusione, l’assenza di una reazione politica e diplomatica a un intervento militare illegale risulta dannosa per la pace e sicurezza internazionali. A maggior ragione, nel caso in cui la violazione del divieto di uso della forza sia ripetuta, come nel caso dei bombardamenti in Siria del 2017 e 2018, dallo stesso Stato. Allo stesso tempo, la tolleranza per le violazioni non sembra provocare effetti sul regime giuridico di ius ad bellum, dal momento che gli Stati non si appellano a una precisa deroga al divieto di uso della forza, e non sostengono esplicitamente, con l’eccezione del Regno Unito, dottrine controverse come l’intervento umanitario.

L’assenza di una condanna per il bombardamento suggerisce quindi una tolleranza diplomatica per azioni militari mirate per contrastare l’uso di armi chimiche; una prassi che non è però sufficiente a modificare il divieto internazionale di uso della forza, che rimane la norma fondamentale per proteggere la pace e la sicurezza internazionale.

Il bombardamento di aprile 2018 è stato riconosciuto come illegale quanto tacitamente accettato da una parte importante della comunità internazionale. Tale tolleranza non produrrà conseguenze giuridiche, ma contribuisce all’erosione della credibilità del diritto internazionale, esponendo chiaramente i suoi limiti strutturali di applicazione e di doppi standard.

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