I contributi dell’Italia al peacebuilding: un passo in avanti, due indietro

I contributi dell’Italia al peacebuilding: un passo in avanti, due indietro

L’aumento, negli ultimi anni, della violenza e dell’instabilità globale e nel Mediterraneo in particolare ha messo l’Italia in una posizione difficile: maggiormente esposta a crisi regionali rispetto ad altri paesi europei, il governo italiano si è sentito più in dovere che mai d’agire come agente pacificatore; tuttavia, senza politiche e capacità specifiche per il peacebuilding e la prevenzione delle crisi, le sue risposte si sono spesso rivelate deboli.

Storicamente, l’Italia ha contribuito regolarmente agli interventi di peacekeeping lanciati sotto l’egida dell’ONU o della NATO, come per esempio nei Balcani, in Afghanistan e più di recente, in Libano. La prevenzione dei conflitti, la riconciliazione e il peacebuilding sono, tuttavia, attività in cui il governo non ha mai investito grandi risorse. Questo approccio stava cambiando negli ultimi anni, in particolar modo nei confronti della Libia, ma molti degli sforzi fatti in questa direzione sono stati abbandonati prima che potessero portare a dei cambiamenti sistematici, compreso nel modo in cui il governo collabora con la società civile, che rimane superficiale e sporadico.

Italia e Libia, un’occasione perduta per il processo di pace

Dal 2014 in poi, l’impegno del governo italiano su questioni legate al peacebuilding si è concentrato soprattutto sulla Libia. Questa non era una scelta facile, visto il passato coloniale italiano; tuttavia, a più di due anni dalla caduta del regime di Gheddafi, la Libia si ritrovava sull’orlo di una nuova guerra civile, mentre l’appetito per un altro intervento da parte della comunità internazionale era ai minimi storici. In questo contesto, l’Italia decise d’investire capitale politico e risorse diplomatiche per promuovere la riconciliazione e il dialogo politico nazionale. Il risultato fu l’Accordo di Skhirat, siglato nel dicembre 2015, che riuscì a riportare un livello di stabilità politica nel paese e sollievo per la popolazione.

Anche se questi sforzi non furono mai etichettati come un approccio di peacebuilding, essi erano basati sui principi del dialogo e dell’inclusività, e miravano a risolvere questioni che andavano oltre la sicurezza. Inoltre, essi servirono a creare uno spazio in cui poter inserire l’intervento di altri attori. Per esempio, la Comunità di Sant’Egidio, un’organizzazione con una lunga tradizione di diplomazia informale nel mondo, riuscì a promuovere varie iniziative di riconciliazione nello stesso periodo, mentre altre ONG si preparavano a entrare nel paese per realizzare interventi di vario tipo, dall’ambito sanitario alla protezione dei diritti umani. Alla fine del 2016, in altre parole, sembrava che l’Italia si stesse muovendo verso l’adozione di un approccio onnicomprensivo per costruire la pace in Libia—una modalità che, pur non formalizzata, integrava contributi da attori diversi (governativi e non), in più settori, e nel conseguimento di obiettivi condivisi.

Quest’approccio non durò a lungo, tuttavia. Già all’inizio del 2017, l’attenzione dell’Italia si spostò quasi esclusivamente sulla gestione della crisi dei migranti, e la politica nei confronti della Libia venne adattata di conseguenza: abbandonato l’obiettivo della riconciliazione, il governo italiano decise di dare il proprio appoggio diretto a varie agenzie di sicurezza, come per esempio la Guardia Costiera libica, anche se queste non avevano legittimità agli occhi della popolazione. Da allora il dialogo politico nazionale non è riuscito a fare progressi, la sicurezza nel paese è peggiorata, e quasi nessuna ONG internazionale è riuscita ad avviare le proprie attività.

Un futuro incerto, ma qualche speranza

L’esperienza in Libia rappresenta un’opportunità persa per lo sviluppo di un settore del peacebuilding, che attualmente, in Italia, è di fatto inesistente – o sicuramente non al livello di paesi come la Gran Bretagna e la Germania. Come già detto, i contributi del governo italiano si sono finora limitati al peacekeeping. Una maggiore ricchezza d’esperienze esiste invece nella società civile: in Italia c’è un movimento pacifista attivo, che è stato in parte responsabile per la creazione dei Corpi Civili della Pace, un progetto ancora in fase sperimentale; e ci sono diverse organizzazioni, come Sant’Egidio, che si occupano regolarmente di peacebuilding. Queste realtà continuano, tuttavia, ad affrontare importanti difficoltà: nel collaborare tra di loro, nell’integrare buone pratiche internazionali, e nel rapportarsi col governo. E questi problemi, insieme ad altri legati agli scarsi finanziamenti pubblici e all’assenza di strutture di coordinamento e di criteri di coerenza negli interventi, continuano a limitare la crescita di una comunità di peacebuilding coesa in Italia.

Guardando al futuro, le prospettive per un cambiamento di direzione, dal punto di vista della società civile, è piuttosto negativo. I risultati delle elezioni del 4 marzo, in cui il tema dominante è restato quello della crisi dei migranti, suggeriscono che il peacebuilding continuerà a rimanere una non-priorità. Detto questo, c’è almeno uno sviluppo che da speranza: la creazione, nel 2014, dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS).

L’AICS segue il modello del Department for International Development inglese: un’agenzia indipendente dal Ministero degli Esteri, con autonomia finanziaria e procedure trasparenti, incluso un piano strategico triennale. La nascita dell’AICS, anche se recente, ha già portato a un aumento degli aiuti pubblici allo sviluppo da parte dell’Italia, e alla creazione di un punto di riferimento non solo per le ONG già consolidate, ma anche per organizzazioni della società civile meno avviate e per enti pubblici locali con progetti all’estero. E anche se l’AICS non ha ancora delle politiche specifiche sulla prevenzione dei conflitti e sul peacebuilding, i suoi funzionari si sono dimostrati interessati a sviluppare le proprie capacità su questi temi, che d’altra parte fatto già parte del mandato dell’Agenzia.

Anche se le capacità dell’AICS rimangono per ora limitate e la sua indipendenza continua a essere ostaggio della politica, l’Agenzia rappresenta una piattaforma col potenziale di elevare il peacebuilding a priorità per la politica estera italiana del futuro. Questo cambiamento, tuttavia, dovrà cominciare con la società civile, la quale dovrà trovare il modo per collaborare più efficacemente e agire in modo più forte e coeso. Riguardo alla Libia, per esempio, alla fine del 2016 AP ha organizzato una tavola rotonda che ha portato insieme rappresentanti da ONG e dal governo per discutere del ruolo dell’Italia nel promuovere la pace in quel paese. La risposta dagli invitati, estremamente positiva, indica il valore e il bisogno di creare più opportunità di confronto e dialogo.

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Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul sito FriEnt Peacebuilding Forum il 27 aprile 2018.

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