Sulla giusta strada: il peacebuilding in Libia dopo Palermo

Sulla giusta strada: il peacebuilding in Libia dopo Palermo

Il 12 e 13 novembre l’Italia ha ospitato a Palermo la Conferenza per la Libia, un evento di alto livello fortemente voluto dal governo italiano, che aveva l’ambizione di trovare un consenso tra attori interni e esterni su come risolvere il conflitto politico che sta lacerando il paese nordafricano. E se da un punto di vista politico la Conferenza ha raccolto sia critiche che lodi, da quello diplomatico essa è stata accolta come un passo importante e necessario, seppur piccolo, nella giusta direzione.

L’attuale conflitto libico è esploso nel 2014 e continua da allora a sobbollire tra regolari esplosioni di violenza e successi diplomatici occasionali e di breve durata. Durante questi ultimi anni, gli attori interni al paese, inclusi i leader di milizie e di fazioni politiche, hanno avuto modo di creare, disfare e riformare varie alleanze; gli attori esterni, da parte loro, hanno continuato a interferire nel conflitto. La mancanza quasi totale di coordinamento tra tutti gli attori e i paesi coinvolti ha velocemente portato al sorgere di diverse rivalità, con il risultato d’indebolire i negoziati promossi dall’ONU e portando alcuni analisti a parlare apertamente del rischio di una Libia ‘alla somala’.

La Conferenza di Palermo può quindi essere vista come un tentativo di resettare, e al tempo stesso galvanizzare, i negoziati, e da questo punto di vista l’ambizione del programma è stato uno degli aspetti più positivi, nonché meno commentati, dell’evento. La Conferenza ha infatti raccolto la maggior parte delle fazioni libiche coinvolte nel conflitto, tra cui anche il leader del Governo d’Accordo Nazionale, Fayez Al Serraj, del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, e dell’Esercito Libico Nazionale, Khalifa Haftar. La Conferenza ha anche visto la partecipazione dei principali attori esterni, inclusi Francia, Italia, Stati Uniti e Russia, come pure Egitto, Turchia e Qatar. Un altro aspetto importante della Conferenza è l’inclusione di una sessione su temi economici, a cui i negoziati non hanno dato molto spaziofinora.

Secondo la maggior parte degli analisti il principale risultato delle Conferenza è stato il lancio di un nuovo sforzo diplomatico per risolvere la crisi libica. Un aspetto importante è in particolare il fatto che si tratta, per ora almeno, di uno sforzo coordinato, e Palermo sembra avere permesso a diversi attori, incluse Italia e Francia, di cominciare a risolvere le proprie divergenze (la Francia non è stata coinvolta nei preparativi della Conferenza, ma ha mandato il proprio Ministro degli Esteri, il quale ha partecipato a tutti i principali incontri). Ugualmente importante, da parte italiana, è il ribilanciamento, sul dossier libico, che la Conferenza sembra suggerire tra il ruolo del Ministero degli Interni e quello degli Esteri. Infine, tutti i rappresentati che dovevano essere a Palermo erano presenti: un livello d’inclusività che non si vedeva dai tempi dei negoziati che portarono all’Accordo di Skhirat, nel dicembre 2015, e che rappresenta un buon segnale per il futuro. Come ha sottolineato il Brookings Institute:

“Come tutte le conferenze di pace, Palermo non è stato uno spartiacque per la stabilizzazione delle Libia. Ciononostante, sono stati fatti dei passi in avanti, e si può dire che l’Italia abbia avuto successo nel promuovere il suo approccio dal basso, incoraggiando il dialogo tra gli attori libici e cercando di trovare un accordo su di un percorso verso la stabilizzazione, l’unificazione delle istituzioni e il passaggio di leggi elettorali chiare, come condizioni preliminari per avere elezioni.”

Al di là dei comunicati governativi, va anche riconosciuto che il successo della Conferenza di Palermo è stato abbastanza limitato. In particolare, l’evento non è riuscito a trovare un gran consenso tra le delegazioni che vi hanno partecipato, e i risultati principali sotto questo aspetto—un accordo per partecipare a una seconda conferenza internazionale da tenersi in Libia a gennaio, e per organizzare elezioni nazionali nella prima metà del 2019—sono limitati. Questo non è un necessariamente un segnale di fallimento, ma sicuramente offre un’indicazione di quanto lunga potrebbe ancora essere la strada per trovare una soluzione sostenibile. Rimangono anche dei dubbi su quanto la comunità internazionale riuscirà a rimanere unita, un problema reso evidente quando la delegazione turca ha abbandonato la Conferenza per protestare la sua esclusione da un incontro chiave tra Al Serraj e Haftar.

Nel misurare il successo della Conferenza di Palermo, nella cornice dei limiti discussi e pur riconoscendo che essa deve essere vista principalmente come l’inizio di una nuova fase di negoziato, la conclusione è che ancora non è stato fatto abbastanza per cambiare le prospettive di pace e stabilità in Libia. La domanda è, quindi, come si possa costruire sulle fondamenta create dalla Conferenza.

Per iniziare, il processo di dialogo deve essere più inclusivo. Alcuni attori libici non hanno infatti partecipato alla Conferenza, inclusi molti rappresentanti di comunità locali e della società civile, il cui ruolo tuttavia è centrale per arrivare a una pace sostenibile. Attori civili sono regolarmente coinvolti nella risoluzione di conflitti in tutta la Libia, e spesso hanno maggiore legittimità rispetto ai leader politici. In più, la loro inclusione garantirebbe un’attenzione maggiore, all’interno dei negoziati, per i temi vicini alla popolazione libica, come l’economia e la nuova costituzione.

In secondo luogo, la Conferenza di Palermo ha confermato il mandato dell’Inviato Speciale dell’ONU, Ghassam Salame. Questo è indubbiamente positivo, ma al tempo stesso è importante notare che l’ONU ha potere solo nei limiti definiti dagli stati membri. In questo caso, l’attenzione verso le elezioni è problematica, in quanto sembra una ripetizione di cose già fatte per le  elezioni del 2012 e del 2014, dimostratesi insufficienti per promuovere la stabilità. Sarebbe invece auspicabile dare un mandato più ampio all’ONU, che potrebbe includere anche gli affari istituzionali e la giustizia transizionale, e che darebbe all’Inviato Speciale maggiore leva all’interno dei negoziati.

Per finire, gli attori esterni devono rimanere uniti, in modo da minimizzare gli incentivi delle fazioni libiche di abbandonare i negoziati. A questo riguardo, Il ruolo dell’Italia è necessario, ma anche insufficiente. La promozione della stabilità in Libia attraverso un processo inclusivo deve rimanere una priorità nazionale per il governo italiano, come lo deve essere collaborare con la Francia. Come fa notare l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, “una strategia coordinata fra Francia e Italia è condizione necessaria per arrivare a una politica europea comune” sulla Libia. Ed è una condizione necessaria anche per mantenere gli altri attori sotto controllo, soprattutto quelli che potrebbero essere tentati di guastare i negoziati e testare, come lo stesso Haftar ha fatto a Palermo, l’impegno dell’Europa nel portare avanti un processo di successo.

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