L’annuncio del ritiro delle truppe USA dalla Siria: reazioni e prospettive per il processo di pace

L’annuncio del ritiro delle truppe USA dalla Siria: reazioni e prospettive per il processo di pace

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 20 Dicembre 2018, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato inaspettatamente che gli Stati Uniti avrebbero ritirato la propria presenza militare in Siria, dichiarando compiuta con successo la missione contro il Daesh. Di conseguenza, ha annunciato il rientro delle circa 2000 truppe dispiegate sul territorio siriano.  Nonostante precedenti dichiarazioni simili, la decisione ha sorpreso tutte le parti al conflitto siriano, sia alleati che avversari.

Shock in my town: le reazioni nell’amministrazione USA e tra i suoi alleati nel conflitto siriano

All’indomani dell’annuncio di Trump, il Segretario alla Difesa Jim Mattis si è dimesso, affermando che il Presidente meritasse un Segretario con una visione più conforme sulle relazioni con gli alleati statunitensi e con Russia e Cina. Altri membri dell’amministrazione USA, come il National Security Advisor John Bolton, hanno ridimensionato la dichiarazione di Trump sulla sconfitta del Daesh (per ultimo, il 17 gennaio un attacco ha ucciso 4 agenti USA) e hanno corretto i piani per evitare un ritiro eccessivamente rapido. Di fatto, gli Stati Uniti hanno per il momento inviato nuove truppe in Siria, al fine di preparare gradualmente il ritiro. Al momento, è previsto che la conclusione della presenza Americana abbia luogo nel corso dei prossimi mesi, ma sarà condizionata al raggiungimento di un accordo con gli alleati in Siria.

Le prime reazioni all’inatteso annuncio presidenziale sono state di tensione e timore. Trump non aveva comunicato le sue intenzioni al settore militare americano e ha creato notevoli preoccupazioni agli alleati nella regione.  L’editoriale dell’Economist, intitolato “La fine dell’egemonia americana” presagiva “imprevedibilità, inefficacia e caos”. Le principali critiche al ritiro riguardano generalmente tre punti principali: il possibile ritorno del Daesh, l’importanza crescente di Russia, Iran e Assad in Siria; la fine del sostegno USA alla Federazione Democratica della Siria del Nord, la regione curda del paese che rischia di essere invasa dalla Turchia.

Le conseguenze del ritiro

Il Daesh ha perso il 95% del territorio che controllava nel 2015. Da un punto di vista militare, le 2000 truppe americane non hanno costituito un elemento fondamentale nel contrasto al terrorismo. La maggiore rilevanza della decisione del ritiro è infatti più simbolica che militare, e l’annuncio rischia di rinvigorire la propaganda del Daesh.

Il fatto che gli effetti dell’annuncio siano più psicologici e diplomatici che pratici emerge anche dalle relazioni con Russia, Iran e il Governo di Damasco. La posizione di Trump riduce chiaramente l’influenza USA nella Siria post-conflitto. Israele, un alleato nella regione, ha reagito bombardando posizioni iraniane in Syria. In questo caso, l’annuncio non preventivato ha concesso un vantaggio strategico agli avversari. Trump ha perso l’opportunità di usare il ritiro per negoziare concessioni o garanzie per le altre parti in conflitto.

La Federazione Democratica della Siria del Nord, o Rojava, è probabilmente la parte al conflitto più colpita dal ritiro USA, da cui era sostenuta militarmente e finanziariamente. I curdi siriani hanno rappresentato il gruppo armato più importante nella guerra al Daesh. Allo stesso tempo, il Rojava ha realizzato un avanzato sistema politico fondato sulla partecipazione democratica, l’uguaglianza di genere, i diritti delle minoranze, ecologia e laicità. Il suo modello di amministrazione sperimentale ha ricevuto legittimità internazionale come risultato sia della sua lotta contro il Daesh e il suo modello di governo basato sul rispetto dei diritti umani e della convivenza tra culture diverse. La Turchia, tuttavia, considera l’amministrazione curda come un’organizzazione legata al PKK, gruppo responsabile di atti di terrorismo in territorio turco. Nel gennaio 2018 la Turchia ha infatti invaso il territorio siriano con una campagna militare contro i gruppi curdi ad Afrin. Il ritiro statunitense potrebbe rappresentare un’autorizzazione per la Turchia di sviluppare l’operazione militare e invadere l’intera regione curda. Anche in questo caso, il sostegno USA non si limita alle 2000 truppe schierate sul campo: l’ostacolo alla Turchia, secondo principale esercito NATO, è diplomatico prima che militare. Da una parte, gli USA sembrano condizionare il ritiro alla protezione della regione curda, minacciando di devastare l’economia turca in caso di attacco. Per un altro aspetto, diversi analisti mettono in guardia su un’imminente invasione turca del Rojava. Al di là della posizione USA, il future del Rojava dipende in ogni caso dalla capacità di trovare un accordo con attori regionali, su tutti la Russia e il Governo di Damasco.

La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai militari

In un contesto di estrema incertezza, è pur sempre possibile identificare alcuni punti chiave che emergono dalla precedente analisi. La presenza statunitense in Siria ha una rilevanza simbolica e diplomatica prima che militare. Lo stesso vale per l’annuncio del ritiro. La decisione improvvisa di Trump ha impedito una negoziazione più efficace con tutte le parti al conflitto siriano. Tuttavia, gli Stati Uniti mantengono un forte potere diplomatico e hanno la possibilità di raggiungere I loro obiettivi politici, come la sconfitta del Daesh e proteggere il Rojava, indipendentemente dalla presenza o meno di 2000 truppe sul territorio. Finché la presenza militare è sostituita dal lavoro diplomatico, la fine della – peraltro illegale – operazione USA in Siria, costituisce uno sviluppo positivo per il conflitto siriano.

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