Sfide e opportunità per promuovere l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza dopo i movimenti di protesta in Libano

Sfide e opportunità per promuovere l’Agenda Donne, Pace e Sicurezza dopo i movimenti di protesta in Libano

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Introduzione: finalmente un Piano d’Azione Nazionale

Ottobre 2020 segnerà il ventesimo anniversario dall’adozione della Risoluzione 1325 (2000) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su Donne, Pace e Sicurezza (DPS), documento che ha riconosciuto su scala internazionale il gravissimo impatto che hanno i conflitti armati sulla vita di donne e ragazze, sottolineando nello stesso tempo il ruolo critico che le donne continuano a svolgere nei negoziati di pace e negli sforzi di ricostruzione. Nel 2017, la Presidenza libanese del Consiglio dei Ministri ha affidato alla Commissione Nazionale per le Donne Libanesi – l’organismo governativo responsabile della promozione dei diritti delle donne – l’incarico di sviluppare un Piano d’azione nazionale (PAN) per la Risoluzione 1325. Il PAN del Libano, approvato nel settembre 2019, risponde ai quattro pilastri previsti dalla Risoluzione 1325 – prevenzione, protezione, partecipazione, soccorso e ripresa – e sottolinea la crescente partecipazione delle donne nei processi decisionali in diversi ambiti, da quello politico e diplomatico, ai settori della sicurezza e della difesa. In quanto tale, il PAN contestualizza l’Agenda DPS collocando la discussione all’interno del quadro giuridico e politico del Libano e confrontandosi con le persistenti sfide incontrate nella promozione dei diritti delle donne negli spazi politici, legali e socio-culturali del paese.

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Le sfide: La politica elitaria e il femminismo di stato

Laddove a livello teorico ci si muove verso un crescente riconoscimento da parte dello Stato libanese della necessità di coinvolgere più attivamente le donne nei processi di pace, in pratica il loro impegno formale nelle questioni di pace e sicurezza rimane limitato. La partecipazione delle donne ai processi decisionali va dunque esaminata nel contesto specifico della democrazia consociativa libanese, una forma di governo nella quale il potere esecutivo è condiviso tra le varie confessioni religiose. Questo modello di democrazia, in vigore dalla fine della guerra civile libanese del 1990, pone grande enfasi sulla negoziazione tra le élite: il ruolo dell’ élite politica è visto, infatti, come centrale nella mediazione dei conflitti tra le diverse comunità. L’élite al potere è in gran parte maschile e rappresenta, nel caso libanese, le principali sette religiose del paese. In questo sistema politico di condivisione del potere, l’élite si impegna a preservare il sistema esistente stabilendo un rapporto di clientelismo politico nei confronti dei propri sostenitori. Questo rapporto comporta una serie di scambi di beni e servizi da parte dei politici in cambio di un corrispettivo sostegno politico. L’élite acquisisce inoltre ulteriore legittimità da parte dei capi patriarcali delle sette religiose, legittimità che contribuisce a consolidare ulteriormente la sua supremazia.

Il Libano ha una vivace storia di attivismo femminile. Nel 1953, il Consiglio Libanese delle Donne, un’organizzazione della società civile, esercitò con successo pressioni per la concessione del diritto di voto alle donne, l’eliminazione della legge che costringeva le donne a rinunciare alla loro cittadinanza quando sposavano uomini stranieri e la cessazione delle restrizioni al diritto delle donne di viaggiare senza il consenso scritto dei loro padri o mariti. Queste vittorie non si sono tuttavia tradotte in una maggiore partecipazione femminile ai processi decisionali. Le donne non hanno fatto parte dei negoziati di pace che hanno posto fine alle ostilità, alla fine della guerra civile libanese, e da allora la loro partecipazione ai processi decisionali continua a essere limitata. Nonostante la crescente affluenza alle urne delle donne, solo il 5% dei parlamentari eletti nel 2018 sono di sesso femminile – la percentuale più alta rispetto alle precedenti elezioni.

Le crisi presentano spesso l’opportunità di trasformare le relazioni di genere esistenti e, per le donne, di sfidare i ruoli di genere restrittivi, assumendo posizioni di leadership.

Se da un lato i gruppi di attiviste sono riusciti a convincere i governi del dopoguerra a far prevalere i trattati internazionali rispetto alla legge libanese, dall’altro, però, i diritti delle donne sono stati ‘statalizzati’ e resi appannaggio dei vari organi statali, conducendo a quello che è stato chiamato femminismo di stato, un femminismo cioè sancito dallo stato. Questi organismi statali, che spesso includono donne legate a partiti o personaggi politici, sono stati incaricati di portare avanti le priorità del governo nel campo della promozione dei diritti delle donne, ma lo fanno spesso a spese della pluralità delle voci femminili. A titolo d’esempio si può menzionare la formazione della Commissione Nazionale per le Donne Libanesi nel 1998, comitato affiliato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e con l’obiettivo di promuovere i diritti delle donne e di supervisionare l’attuazione della Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna e della Dichiarazione di Pechino. Di norma, la suddetta Commissione è guidata dalla moglie del Presidente o, come nel caso attuale, dalla figlia dello stesso.

La nomina politica di queste rappresentanti ha portato a una significativa riduzione dello spazio destinato ai vari gruppi di attiviste per i diritti delle donne e ha reso l’agenda DPS più suscettibile agli interessi politici. Tenendo dunque conto dei vincoli imposti dal sistema confessionale e neo-patriarcale, la maggior parte del lavoro svolto dalle organizzazioni della società civile a sostegno dei diritti delle donne consiste di fatto nel fornire consulenza legale e assistenza sanitaria alle donne vittime di violenza sessuale e di genere affinché venga assicurata loro una protezione sociale e legislativa. Sebbene questo lavoro sia vitale, non si può far a meno di notare che, fino ad oggi, si è posta meno attenzione sulla promozione di  una maggior partecipazione delle donne nei processi di pace e nella prevenzione dei conflitti.

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Donne manifestanti che formano una linea tra la polizia antisommossa e i manifestanti a Riad el Solh, Beirut. 18 novembre 2019
Prospettive per un peacebuilding sensibile alle esigenze di genere

L’uguaglianza di genere è considerata, oggi più che mai, un aspetto cruciale della pace e dello sviluppo. Per promuovere l’uguaglianza di genere e una pace che si fondi sull’inclusione è dunque necessario lavorare non solo con le donne e le ragazze, ma anche con gli uomini e i ragazzi affinché si verifichi una trasformazione durevole dei rapporti di potere diseguali tra i sessi. Nel contesto dell’impegno sui temi del peacebuilding e delle dinamiche di genere, International Alert applica al genere un approccio olistico, che esamina le identità di genere di donne e uomini alla luce dell’interazione con altri marcatori sociali come l’età, l’ubicazione urbana o rurale, l’etnia, l’orientamento sessuale, la religione e la disabilità.

In Libano, gli uomini hanno storicamente avuto un ruolo predominante nei conflitti così come nelle negoziazioni di pace in qualità di politici, uomini di fede, negoziatori e combattenti. Rimane, tuttavia, ancora scarsamente studiata la misura in cui tali ruoli manifestino un tipo di mascolinità patriarcale o persino violenta, così come il modo in cui tali ruoli si intersechino con altri marcatori sociali. Questa intersezione contribuisce ovviamente a plasmare le forme del conflitto e gli stessi processi di pace e, di conseguenza, il ruolo delle donne in entrambi i frangenti. Queste intersezioni identitarie sono rese ulteriormente più complicate da divisioni settarie e di classe, che rendono ancora più difficile una partecipazione significativa di donne di diversa provenienza alla vita politica. Al fine di aprire spazi adatti a tale partecipazione, è necessario confrontarsi direttamente con le fonti della disuguaglianza e dell’ingiustizia, con l’accesso ineguale alle risorse e al potere, con le pratiche socioculturali discriminatorie che si basano non solo sul genere, ma anche sull’ intersezionalità del genere con altri marcatori sociali. Questo approccio permetterebbe di comprendere con maggior chiarezza in che maniera trasformare le disuguaglianze di genere create e perpetuate dalle istituzioni patriarcali.

È importante sottolineare che le crisi presentano spesso l’opportunità di trasformare le relazioni di genere esistenti e, per le donne, di sfidare i ruoli di genere restrittivi, assumendo posizioni di leadership. In tempi di transizione verso la pace, le norme di genere che esistevano prima della crisi possono andare incontro a una drastica trasformazione grazie alla rottura delle pratiche sociali e delle politiche statali preesistenti ed al costituirsi di un nuovo contratto sociale con lo Stato e di nuove forme di diritto in generale.

In ottobre 2019, il Libano ha visto proprio una crisi di questo tipo: un movimento popolare di protesta che ha trasceso le divisioni geografiche, religiose e di classe. Questo movimento ha visto le donne assumere un ruolo significativo nel guidare le proteste e nel formare scudi umani per proteggere pacificamente i manifestanti di sesso maschile in caso di scontri con le forze di sicurezza. Il movimento ha anche messo in luce un rinnovato attivismo tra le donne e ha fornito nuove opportunità di discussione sulla disparità di accesso ai diritti e sulla partecipazione femminile alle questioni di pace e sicurezza. Affinché le donne possano effettivamente trarre vantaggio da una trasformazione politica in un contesto post-conflitto, dovrebbero però presentarsi tre fattori: un’interruzione delle norme di genere sistematicamente stabilite, un movimento attivo delle donne basato sulla società civile piuttosto che sull’affiliazione a partiti politici, e il sostegno internazionale.

È importante che il PAN del Libano affronti le fonti della disuguaglianza e dell’ingiustizia, radicate non solo nel genere, ma anche sull’ intersezionalità del genere con altri marcatori sociali come l’età, la religione e la provenienza

Secondo i dati raccolti da International Alert (che verranno resi noti in un report di prossima pubblicazione) e confermati da varie attiviste, le donne hanno avuto un ruolo fondamentale nel far emergere le tensioni su alcuni temi e nel prendere decisioni all’interno dei gruppi di attivisti, anche se, con il dispiegarsi degli eventi, anche i processi all’interno dei gruppi in protesta si sono progressivamente ri-allineati con le preesistenti norme patriarcali. 
L’attuale gabinetto di governo, formatosi dopo le proteste scoppiate il 17 ottobre 2019, ha visto la nomina di un maggior numero di donne alla carica di ministro, al di fuori delle affiliazioni ai partiti politici, e in ministeri storicamente considerati appannaggio maschile, come la difesa, la giustizia o coma la carica stessa di vice primo ministro. Anche se è importante non interpretare automaticamente un maggior numero di donne in ruoli di potere come un avanzamento dell’agenda DPS, questa dinamica rappresenta certamente una potenziale partecipazione più significativa delle donne, soprattutto nel caso in cui si prendano misure innovative per dedicare loro più spazio ed evitare un ritorno alle norme patriarcali. Tra questi passi c’è la creazione di uno spazio destinato ad iniziative comunitarie e il collegamento delle attività svolte a livello locale con quello nazionale.

L’approccio al peacebuilding di International Alert in Libano è quello di sostenere le iniziative condotte a livello locale da attiviste e gruppi di donne. International Alert sostiene, ad esempio, una rete di attiviste, giornalisti, leader religiosi e rappresentanti di partiti politici e comuni della Valle della Bekaa, che utilizzano il dialogo per promuovere la pace nella comunità e mediare le potenziali tensioni e il loro impatto sulle questioni di genere. Una delle priorità di questa rete è proprio la promozione della Risoluzione 1325 e del ruolo delle donne nella prevenzione dei conflitti: per questo il network ha organizzato un’iniziativa, la Women Towards Peace Initiative (“Donne verso la pace”), volta a sostenere il ruolo delle donne nel peacebuilding e nella mediazione dei conflitti tra le comunità libanesi ed quelle di rifugiati. Il network ha formato le donne di entrambe le comunità sull’analisi dei conflitti, sulla mappatura delle tensioni e sul coinvolgimento degli stakeholder, e ha tenuto conferenze e consultazioni con le organizzazioni della società civile e con le autorità sul tema della Risoluzione 1325 per capire come promuovere efficacemente l’impegno delle donne nel rafforzamento della stabilità sociale.

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Conclusione: Riflessioni sull’avanzamento dell’agenda del DPS in Libano

Facendo tesoro delle esperienze di cui si è finora discusso, è importante che il PAN del Libano affronti le fonti di disuguaglianza e di ingiustizia radicate non solo nel genere, ma anche nell’intersezione del genere con altri marcatori sociali. Questo approccio contribuirà a garantire che la partecipazione delle donne nella prevenzione dei conflitti sia sensibile alla questione di genere e inclusiva, evitando così di replicare e rafforzare le strutture di potere patriarcali esistenti. 
Gli sforzi nel campo del peacebuilding sono più efficaci quando sono in mano a attiviste per i diritti delle donne e alle stesse comunità locali. Pertanto, l’implementazione del PAN dovrebbe sostenere le reti di peacebuilding organizzate dalle donne a livello locale e aprire spazi di dialogo con le comunità locali, in particolare con quei gruppi costituitisi durante le proteste di ottobre, dando loro voce in capitolo nel dibattito nazionale sull’agenda DPS. In tale contesto è anche importante che le reti di donne e attiviste della società civile abbiano un ruolo considerevole nella supervisione delle strutture formali.

Per concludere, la ricerca mostra che i Paesi in cui le donne godono di una minore protezione hanno maggiori probabilità di entrare in conflitto rispetto ai Paesi in cui le donne godono di una maggiore uguaglianza e sono più partecipi nella vita politica. Pertanto, il PAN dovrebbe guardare al secondo pilastro della Risoluzione 1325, quello sulla protezione delle donne, non solo come ad un diritto umano fondamentale, ma anche considerandolo un catalizzatore di una pace duratura.

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Aseel Naamani è responsabile dei programmi di International Alert in Libano

Questo articolo è pubblicato sotto l’egida del progetto Enhancing Women’s Participation in Peace and Security (WEPPS), il cui obiettivo e di rafforzare l’efficacia e l’impatto dell’agenda DPS in Italia, nel Nord Africa e nei Balcani occidentali. WEPPS è un progetto del gruppo ERIS (Emerging Research in International Security) della Scuola Superiore Sant’Anna in Pisa, in partnership con l’Agenzia per il Peacebuilding, e finanziato dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

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