Attivismo di genere: una forza narrativa nella Bosnia ed Erzegovina del dopoguerra

Attivismo di genere: una forza narrativa nella Bosnia ed Erzegovina del dopoguerra

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Introduzione: La lotta delle donne alla fine della guerra

Le donne della Bosnia ed Erzegovina si stanno impegnando giorno dopo giorno per uscire dall’ombra della società patriarcale, una struttura che continua ancora oggi a perseverare e che ha a lungo sminuito i loro sacrifici, messo a tacere le loro pur implacabili voci e trascurato i loro punti di forza e le loro conquiste. Quasi 10.000 donne sono state uccise in Bosnia ed Erzegovina durante la guerra del 1991-1995, eppure solo poche di loro sono state onorate e ricordate nei memoriali di guerra. Le eroine vengono raramente menzionate nei racconti popolari e i loro nomi non adornano quasi mai le strade della città. Eppure le lotte e tragedie collettive le hanno unite, ispirando la creazione di una moltitudine di gruppi e organizzazioni per i diritti delle donne, ognuno dei quali si assume la pesante responsabilità di sfidare lo status quo e di impegnarsi per un cambiamento sostenibile che coinvolga ogni donna e ragazza.

L’instancabile e coraggiosa lotta per l’uguaglianza di genere combattuta da questi gruppi è, senza dubbio, una delle più importanti storie del dopoguerra in Bosnia ed Erzegovina. Queste donne si sono impegnate con passione, hanno stretto alleanze reciproche e hanno assicurato il sostegno necessario ai gruppi di donne più emarginate e alle organizzazioni femminili attive nelle comunità locali. La battaglia che si sono trovate ad affrontare è estremamente sfaccettata e richiede attenzione e impegno su molti fronti. Pertanto, nonostante la scarsa presenza delle istituzioni, la sfida più grande rimane ancora la ricerca di una collaborazione con le istituzioni del paese sul tema dei diritti delle donne. Ciò significa che se da un lato i gruppi femminili devono esercitare un’influenza a livello politico per preservare l’uguaglianza di genere e quei diritti già stabiliti (anche se solo parzialmente raggiunti), dall’altro devono lavorare costantemente per migliorare le politiche di genere e per rappresentare la grande crescita del movimento e la narrativa intorno a esso. Ed è proprio questo impegno che qualifica le attiviste di genere come formidabili eroine della società bosniaca contemporanea.

L’instancabile e coraggiosa lotta per l’uguaglianza di genere combattuta dalla moltitudine di gruppi e organizzazioni per i diritti delle donne è, senza dubbio, una delle più importanti storie del dopoguerra in Bosnia ed Erzegovina.

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L’ascesa e il successo dell’attivismo delle donne

A partire dalla fine della guerra del 1991-1995, il numero di gruppi e di organizzazioni di donne è aumentato esponenzialmente. Queste realtà hanno gradualmente ampliato il loro campo d’azione impegnandosi su più fronti, dalla violenza di genere al peacebuilding, dall’inclusione politica alla riforma del settore della sicurezza, includendo anche i diritti economici, i diritti LGBTI+ e la commemorazione del ruolo delle donne nella guerra e nei relativi processi di pace. È importante notare che, prima dell’adozione della risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2000, non esistevano nel paese organismi o leggi che garantissero ufficialmente la parità tra i sessi. In altre parole, fino a quel momento i gruppi e le organizzazioni di donne erano completamente prive di piattaforme legali di supporto.

È stata dunque proprio la Risoluzione 1325 a portare nel 2003 all’approvazione della legge sull’uguaglianza di genere e, successivamente, all’istituzione dell’Agenzia per l’Uguaglianza di Genere (Agency for Gender Equality, o AGE) nel 2004. Il mandato dell’AGE è quello di monitorare l’attuazione della suddetta legge, di coordinare e implementare le attività di promozione dell’uguaglianza di genere e di gestire l’elaborazione dei piani d’azione nazionali (PAN) sull’agenda Donne, Pace e Sicurezza. La progettazione di un PAN è frutto dunque dell’intensa collaborazione tra i ministeri statali, i centri specializzati nelle questioni di genere delle entità e le organizzazioni non governative (ONG), e illustra molto bene il complesso contesto politico della Bosnia ed Erzegovina.

Il paese è, infatti, composto da due entità, la Federazione della Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Srpska (RS), oltre al Distretto indipendente di Brcko. Tutte le entità si impegnano a garantire pari diritti ai tre gruppi etnici riconosciuti dalla costituzione (bosniaci, croati e serbi), nonché alle minoranze e a tutti gli altri cittadini del paese. La presidenza è tripartita e comprende un rappresentante Bosniaco, uno Serbo e uno Croato, mentre le minoranze non hanno diritto a candidarsi per questa istituzione. Le donne sono completamente escluse dai processi costituzionali e i loro diritti sono scarsamente riflessi nella costituzione stessa. Anche se ciò non ha impedito alle attiviste di prendere parte agli sforzi per cambiare la costituzione del paese, questo elemento politico ha finora impedito al movimento per l’uguaglianza di genere di avere una voce unica, che non fosse cioè limitata dall’appartenenza a un gruppo etnico e quindi destinata per sua stessa natura a rimanere divisa.

Questo complesso contesto politico, tuttavia, non può eclissare i risultati ottenuti finora grazie alla collaborazione. Vale la pena notare che, anche se la cooperazione tra le istituzioni governative e le organizzazioni di donne non è sempre stata pienamente inclusiva, con il tempo, il sostegno e l’influenza dei diversi attori coinvolti si è innegabilmente riscontrato un miglioramento significativo. L’adozione del primo PAN della Bosnia ed Erzegovina nel 2010 è stata effettivamente ottenuta grazie ad uno sforzo congiunto della società civile e degli organi ufficiali del governo. Anche in questo caso, il grado di collaborazione tra le istituzioni e i gruppi e le organizzazioni di donne non è stato sempre facile. Ci sono ancora casi in cui le istituzioni governative rimangono insensibili e non forniscono alcun sostegno, in quella che potrebbe essere considerata in qualche modo come “violenza istituzionale”.

Membri dell’unità femminile dell’esercito del governo Bosniaco, la “Bluebird Brigade” nella loro base bombardata vicino a Sarajevo il 10 ottobre 1992.

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Sfide e priorità attuali

Le prime fasi della collaborazione hanno visto un coinvolgimento solo parziale dei gruppi e delle organizzazioni femminili tanto che il primo PAN è stato persino criticato per aver favorito alcune organizzazioni che non erano necessariamente attive nell’ambito dei diritti di genere. Ci sono volute molte trattative per introdurre alcuni cambiamenti e modifiche al PAN al fine di adottare una prospettiva di genere più integrata e formalizzata. Inoltre, questo processo  non è ancora affatto concluso, soprattutto quando si considera che alcuni gruppi emarginati non hanno potuto esprimersi e la loro voce non è stata ancora integrata in tutti i documenti strategici e nelle politiche istituzionali. La (ri)costruzione di una società consapevole ed egualitaria in termini di genere è d’altro canto un processo continuo e a lungo termine, soprattutto alla luce delle continue turbolenze politiche.

Tenendo presente questo, i gruppi e le organizzazioni di donne della Bosnia ed Erzegovina continuano a lavorare per integrare i diritti di tutte le donne – comprese le donne disabili, le donne rom, le madri single, le donne lesbiche, bisessuali e trans, quelle che soffrono di malattie rare e le più anziane – nei documenti strategici all’interno dei meccanismi che si occupano di questioni di genere e di altre istituzioni. Ci sono stati senza dubbio dei progressi notevoli in questi ultimi due anni, soprattutto sul fronte della collaborazione con la già citata Agenzia per l’Uguaglianza di Genere. L’AGE si è affidata sempre di più alle organizzazioni e ai gruppi di donne per le loro competenze e la loro esperienza, e ha anche intensificato la realizzazione di attività e programmi di collaborazione.

Le attiviste si battono oggi con le loro parole, il loro spirito e il loro corpo per educare la società bosniaca all’uguaglianza di genere e alla democrazia. E lo stanno facendo anche custodendo la memoria delle voci delle donne che in passato hanno forgiato la storia del peacebuilding femminile in Bosnia ed Erzegovina.

È anche importante ricordare che le idee promosse della risoluzione 1325 e l’identificazione di aree prioritarie nel primo PAN sono servite da stimolo per la creazione di importanti coalizioni che riunivano organizzazioni di donne di varia natura. A loro volta, ognuna di queste coalizioni è arrivata a essere parte integrante del nucleo dell’attivismo per i diritti di genere in Bosnia ed Erzegovina. Queste coalizioni sono ben consapevoli che la società bosniaca si è ripresa molto lentamente dalla devastazione della guerra e che è tuttora riluttante a riconoscere il prezzo sconvolgente che questa guerra ha preteso dalle donne e dalle ragazze. Sono dunque consapevoli che onorare il passato è importante quanto forgiare un futuro migliore e che i loro successi sono strettamente legati agli obiettivi dei PAN.

Le attiviste hanno anche imparato che i PAN sono un’opportunità per riconoscere formalmente e dare uno spazio istituzionale alle questioni per le quali le organizzazioni e i gruppi di donne si sono impegnate per anni con poco o nessun sostegno da parte delle istituzioni ufficiali specializzate sulle questioni di genere. È il caso dell’iniziativa, durata sei anni, che si prefiggeva di commemorare il ruolo delle donne nella guerra e nei successivi processi di pace. Il progetto, noto come “La pace con un volto di donna”, è stato concepito nel 2014 dai membri di dodici organizzazioni femminili, tutte impegnate a creare una narrazione femminile della guerra e della pace in Bosnia ed Erzegovina. Le organizzazioni coinvolte si sono adoperate per creare una serie di occasioni per commemorare la storia delle donne impegnate per la pace e per perseguire il diritto delle donne a essere commemorate, onorate e ricordate. E’ anche stata promossa la pubblicazione di due libri sull’impegno delle donne nel periodo bellico e nei seguenti processi di pace, è stato filmato un documentario ed è stata curata una mostra fotografica che è stata portata in tutto il paese. Le dodici organizzazione hanno infine presentato una richiesta agli organi ufficiali per l’istituzione, nella giornata dell’8 dicembre, del Giorno della Memoria destinato a ricordare l’impegno e il ruolo delle donne. La loro richiesta è stata respinta senza alcuna spiegazione.

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Conclusione: l’attualità del movimento delle donne

Nonostante le sfide e le battute d’arresto, le attiviste di genere continuano a credere che questo particolare tema, che nell’ultimo decennio è emerso come un elemento importante per sanare le ferite della società della Bosnia ed Erzegovina, dovrà essere formalizzato nel prossimo futuro. Nelle parole di Vildana Dzekman della Fondazione CURE (Girls): “Si tratta di una missione audace per proteggere le voci delle donne e i loro successi dal silenzio e dall’oblio. Queste sono le voci che devono permeare e permanere all’interno della nostra politica istituzionale, dell’arte, delle commemorazioni e della nostra memoria collettiva”. Ci si aspetta dunque che il Piano d’Azione 2020 costituisca, insieme ad altri documenti strategici emanati dalle istituzioni che si occupano di questioni di genere, un’opportunità per compiere notevoli progressi.

Le attiviste per i diritti delle donne mirano anche a sfidare lo status quo rappresentato dalla stessa Risoluzione 1325 quanto alla commemorazione delle storie di guerra e di pace che vedono protagoniste le donne. Vent’anni fa la Risoluzione rappresentò un meccanismo straordinario, un valido supporto nell’affrontare molte questioni che all’epoca affliggevano la Bosnia ed Erzegovina. Da allora, tuttavia, la Risoluzione non è stata più modificata o aggiornata per riflettere i cambiamenti sociali, soprattutto per quanto riguarda la memorializzazione del ruolo delle donne nei conflitti. Eppure si tratta di un racconto vitale che intende mostrare, nel dopoguerra, il dovuto rispetto a tutte quelle donne che hanno contribuito a costruire una pace duratura. Inoltre, ricordare quelle donne è una potente fonte di motivazione per tutte le generazioni future di attiviste, peacebuilder e femministe.

Le attiviste si battono oggi con le loro parole, il loro spirito e il loro corpo per educare la società bosniaca all’uguaglianza di genere e alla democrazia. E lo stanno facendo anche custodendo la memoria delle voci delle donne che in passato hanno forgiato la storia del peacebuilding femminile in Bosnia ed Erzegovina. Queste voci, le nostre voci, sono abbastanza potenti e forti da raggiungere le orecchie della politica istituzionale a livello nazionale e internazionale, e da plasmare il futuro delle donne nel peacebuilding.

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Vildana Dzekman è un attivista per i diritti delle donne e coordinatrice di progetto presso la Fondazione CURE a Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina.

Esmera Kanalstein è una scrittrice freelance e una sostenitrice dell’attivismo di genere.

Questo articolo è stato pubblicato sotto l’egida del progetto Enhancing Women’s Participation in Peace and Security (WEPPS), il cui obiettivo è quello di rafforzare l’efficacia e l’impatto dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza in Italia, Nord Africa e nei Balcani Occidentali. Il progetto WEPPS è realizzato dal gruppo ERIS (Emerging Research in International Security) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in collaborazione con l’Agenzia per il Peacebuilding. È finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.


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