Le reti di mediatrici: un investimento strategico per una pace sostenibile

Le reti di mediatrici: un investimento strategico per una pace sostenibile

Introduzione: Ancora troppo poche mediatrici donne

A vent’anni dall’adozione della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2000), i benefici di una partecipazione significativa delle donne a tutti i livelli dei processi di pace sono ormai evidenti. Sappiamo che quando le donne partecipano direttamente ai negoziati di pace, i risultati sono più sostenibili, inclusivi e hanno in genere un più alto indice di success. Ciò nonostante le donne sono ancora frequentemente escluse e tenute in disparte dal tavolo dei negoziati. Secondo uno studio dedicato all’argomento, infatti, solo il 3% dei mediatori nei negoziati di pace svoltisi tra il 1998 e il 2018 erano donne.

Ad oggi, sono 84 gli Stati che hanno dimostrato il loro sostegno all’Agenda Donne Pace e Sicurezza attraverso l’adozione di Piani d’Azione Nazionali (PAN). Nonostante l’esistenza di questo quadro giuridico e normativo, l’attuazione della Risoluzione 1325 è stata lenta. In particolare, la mancanza di progressi nella nomina di donne mediatrici è stata evidenziata dal Segretario Generale delle Nazioni Unite nel suo ultimo rapporto su Donne Pace e Sicurezza.

“Sappiamo che quando le donne partecipano direttamente ai negoziati di pace, i risultati sono più sostenibili, inclusivi e hanno in genere un più alto indice di success. Ciò nonostante le donne sono ancora frequentemente escluse e tenute in disparte dal tavolo dei negoziati.”

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Il valore aggiunto dei network di mediatrici

In risposta a questa sfida è andato creandosi un numero crescente di reti di donne mediatrici (Women Mediators Network, o WMN), che riflettono l’impegno delle donne a svolgere un ruolo sempre più attivo nei processi di pace. Il 26 settembre 2019 è stata poi lanciata l’Alleanza Globale dei WMN Regionali , che riunisce cinque reti regionali: il Network delle Donne Africane per la Prevenzione e Mediazione dei Conflitti (FemWise-Africa), il Network delle Mediatrici Arabe, quello delle Mediatrici Mediterranee, delle Mediatrici Nordiche e delle Mediatrici del Commonwealth. Pur consentendo loro di mantenere la loro indipendenza e le loro peculiarità, l’Alleanza Globale fornisce a queste reti una piattaforma per l’advocacy collettiva e la collaborazione nell’affrontare sfide persistenti come la discriminazione derivante dagli stereotipi di genere, le preoccupazioni per la sicurezza personale e la mancanza di trasparenza nei processi di nomina dei mediatori ai livelli più alti.

L’istituzione dei WMN dovrebbe è di per sé un successo: la rete da una maggior visibilità, che rafforza conseguentemente il ruolo delle donne mediatrici. Un documento pubblicato da UN Women ha rilevato che l’appartenenza a simili network migliora la credibilità e la legittimità delle mediatrici presso le comunità in cui sono impegnate. La partecipazione ai percorsi di formazione, alle discussioni ed alla condivisione delle best practices contribuisce anche a perfezionare le loro competenze e ad accrescere la loro fiducia. Molti WMN hanno anche condotto attività di sensibilizzazione volte al rafforzamento delle competenze delle donne più giovani e delle organizzazioni locali.

Tuttavia, è fondamentale che le attività di capacity building non sottraggano risorse ad altre necessità, a volte più pressanti, ovvero garantire alle donne l’accesso e la partecipazione alle attività di mediazione formale in ambito nazionale e internazionale. I WMN stabiliscono dei collegamenti con i detentori del potere decisionale, le organizzazioni internazionali e i leader politici ai quali possono fornire un pool di mediatrici ben qualificate e competenti, invalidando così l’affermazione che è la mancanza di risorse competenti la ragione della scarsa rappresentanza delle donne al tavolo delle trattative.

Inoltre, queste reti amplificano la voce delle donne e contribuiscono ad aumentare la consapevolezza su questioni come l’alta frequenza di violenza contro le donne che spesso si verifica in situazioni di conflitto. Ad esempio, in una campagna chiamata “Vi manca il quadro completo”, le attiviste libiche hanno messo in evidenza come l’esclusione delle donne dai colloqui di pace abbia portato a trascurare i bisogni della popolazione femminile e dato vito a un’analisi incompleta del conflitto. I colloqui di pace avviati e mediati dalla Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (United Nation Support Mission in Libya, o UNSMIL) e dalla comunità internazionale non sono riusciti a rappresentare adeguatamente le donne, contribuendo ulteriormente alla problematica percezione che le donne non siano importanti o necessarie per il successo del processo. Al contrario, la diversità dovrebbe essere abbracciata proprio per ampliare la gamma di competenze e caratteristiche richieste per la mediazione. Le teoriche del femminismo incentrato sulla cura celebrano la natura premurosa delle donne e la loro naturale tendenza a favorire l’empatia e la compassione nelle loro interazioni. Un equilibrio di genere nei gruppi di mediazione può in questo modo favorire un dialogo più aperto e portare a soluzioni più creative. È quindi fondamentale che, in tutte le fasi del processo di pace, vengano presi accordi e effettuate considerazioni pratiche che consentano la piena partecipazione delle donne.

La piattaforma offerta dai WMN può anche essere utile a sostenere cambiamenti strutturali e politici, come l’introduzione di quote per la parità di genere nella nomina dei mediatori di più alto livello. Anche se dobbiamo tenere presente il rischio che la rappresentanza delle donne possa tradursi nella percezione, fuorviata ma comune, che ‘le donne siano lì per prendersi cura dei bisogni delle donne’. Questa linea di pensiero sminuisce le variegate capacità delle donne così come il fatto che la sensibilità di genere è responsabilità di tutti coloro che sono coinvolti nel processo decisionale e dovrebbe essere una pratica consuetudinaria.

“Un equilibrio di genere nei gruppi di mediazione può in questo modo favorire un dialogo più aperto e portare a soluzioni più creative. È quindi fondamentale che, in tutte le fasi del processo di pace, vengano presi accordi e effettuate considerazioni pratiche che consentano la piena partecipazione delle donne.”

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Conclusione: La necessità di un sostegno esterno e di un equilibrio interno

In uno studio collaborativo condotto dall’Università di Uppsala, dal Peace Research Institute Oslo e dalla Folke Bernadotte Academy, i coordinatori e i colleghi di vari WMN hanno riflettuto sulle sfide più comuni associate alla gestione di questo tipo di reti. Il fattore più limitante è apparso essere la mancanza di sostegno finanziario per condurre le loro attività. Molte donne partecipano su base volontaria ed è necessario un forte impegno di tempo per fare progressi significativi verso i loro obiettivi.

Nelle prime fasi di costituzione di queste reti, è stato necessario prendere decisioni importanti ma difficili per quanto riguarda le procedure di lavoro, il livello di formalità e i criteri di adesione. Queste scelte dovrebbero essere determinate dagli obiettivi specifici e, infatti, ciascuno dei gruppi regionali dispone di strutture diverse e adeguate al proprio contesto. La sfida comune è stata però quella di bilanciare l’inevitabile compromesso tra inclusività e responsabilità. Da un lato, criteri di appartenenza meno restrittivi incoraggiano la partecipazione di un gruppo di persone più diversificato, di conseguenza rafforzando e abbracciando le capacità dell’intera comunità, piuttosto che creare un gruppo d’élite. Dall’altro lato, un requisito minimo di qualifiche ed esperienza promuove la professionalità del network. La posizione strategica e la capacità dei WMN di formare connessioni sia in orizzontale che in verticale è centrale per il loro valore aggiunto per la promozione dell’agenda Donne Pace e Sicurezza.

La formazione dell’Alleanza Globale dei WMN Regionali offre un’opportunità particolarmente promettente per sbloccare il potenziale della partecipazione diretta delle donne ai processi di pace. Tuttavia, ciò sarà possibile solo con il sostegno a lungo termine dei governi e delle principali organizzazioni internazionali come l’ONU, l’Unione Europea e l’Unione Africana. Il sostegno politico e l’assistenza finanziaria per fornire risorse e opportunità di formazione sono vitali per sostenere gli sforzi positivi dei WMN. Tra le raccomandazioni emerse in occasione di un simposio politico svoltosi presso la Durham University vi sono: impegni espliciti per la parità di nomine di uomini e donne per i ruoli di mediazione; dichiarazioni pubbliche a sostegno dei WMN; e l’adozione di misure per rendere più trasparenti i processi di nomina ad alto livello.

In quest’anno storico in cui si celebra il ventesimo anniversario dell’agenda Donne Pace e Sicurezza si è verificata anche una sfida senza precedenti causata dalla pandemia di COVID-19. Le donne sono state colpite in modo sproporzionato da questa crisi, soffrendo per l’aumento della povertà, l’assistenza non retribuita, la violenza di genere e la chiusura dei servizi sanitari e di sostegno alle donne. Allo stesso tempo, le donne peacebuilder sono state tra le prime a rispondere. Oggi più che mai è dunque importante che il ruolo delle donne sia riconosciuto e difeso come uno dei principali motori della resilienza e della ripresa sostenibile.

Un movimento coordinato, ben collegato e unito come l’Alleanza Globale è un potente strumento per superare la discriminazione di genere. Contribuirà in modo significativo alla costruzione di una capacità sostenibile delle mediatrici, aumentando la loro visibilità e legittimando i loro ruoli. Per queste ragioni, il sostegno e l’impegno in questi network di mediatrici dovrebbe essere visto come un investimento strategico per raggiungere risultati di pace sostenibili.

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Mary McEvoy è una studentessa del Master in diritti umani e gestione dei conflitti presso la Scuola Superiore di Sant’Anna a Pisa, Italia.

Questo articolo è stato pubblicato sotto l’egida del progetto Enhancing Women’s Participation in Peace and Security (WEPPS), il cui obiettivo è quello di rafforzare l’efficacia e l’impatto dell’Agenda Donne Pace e Sicurezza in Italia, Nord Africa e Balcani occidentali. Il progetto WEPPS è realizzato dal gruppo ERIS (Emerging Research in International Security) della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in collaborazione con l’Agenzia per il Peacebuilding. È finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.


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