{"id":17141,"date":"2018-04-05T17:48:17","date_gmt":"2018-04-05T15:48:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.peaceagency.org\/the-case-for-conflict-sensitivity\/"},"modified":"2021-09-14T17:00:25","modified_gmt":"2021-09-14T15:00:25","slug":"the-case-for-conflict-sensitivity","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.peaceagency.org\/it\/the-case-for-conflict-sensitivity\/","title":{"rendered":"L\u2019IMPORTANZA DI ESSERE SENSIBILI AI CONFLITTI"},"content":{"rendered":"<div class=\"wpb-content-wrapper\"><div style=\"margin-top: 0px; margin-bottom: 0px;\" class=\"sharethis-inline-share-buttons\" ><\/div><p>[vc_row css_animation=&#8221;&#8221; row_type=&#8221;row&#8221; use_row_as_full_screen_section=&#8221;no&#8221; type=&#8221;full_width&#8221; angled_section=&#8221;no&#8221; text_align=&#8221;left&#8221; background_image_as_pattern=&#8221;without_pattern&#8221; css=&#8221;.vc_custom_1622129939550{padding-right: 5% !important;padding-left: 5% !important;}&#8221; z_index=&#8221;&#8221;][vc_column][vc_column_text]Ho svolto una delle mie ultime missioni in Chad, dove ho condotto un\u2019analisi di conflitto per una\u2019agenzia di sviluppo che lavora nel paese. Stavo facendo ricerca sul campo in una regione in cui era appena scoppiata <a href=\"https:\/\/reliefweb.int\/disaster\/ep-2017-000129-tcd\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">un\u2019epidemia di colera<\/a>, e mi trovavo l\u00ec proprio nel culmine della crisi, quando diverse ONG sono arrivate sul posto per occuparsi dell\u2019emergenza sanitaria. Dati i bisogni, queste organizzazioni hanno cominciato a realizzare i loro programmi senza preoccuparsi troppo di cosa facessero, come, con chi, o dove.<\/p>\n<p>Qualche giorno pi\u00f9 tardi, stavo parlando con un operatore umanitario responsabile di uno di questi programmi d\u2019emergenza. Era frustrato, perch\u00e9 qualche ora prima aveva scoperto che alcuni pazienti avevano rifiutato di presentarsi al centro per il trattamento del colera, e in questo modo avevano contagiato familiari e vicini. Quel giorno, l\u2019operatore umanitario aveva semplicemente scoperto ci\u00f2 che la popolazione e le organizzazioni locali sanno da tempo: una parte della popolazione del <em>canton<\/em> (l\u2019unit\u00e0 amministrativa locale) non riconosceva pi\u00f9 l\u2019autorit\u00e0 dello <em>chef de canton<\/em> (l\u2019autorit\u00e0 tradizionale scelta dal governo). Queste persone venivano chiamate <em>opposants<\/em>, o oppositori. Quando \u00e8 scoppiata l\u2019epidemia, le ONG hanno immediatamente installato il centro di trattamento del colera a fianco agli ospedali gi\u00e0 esistenti. In questo\u00a0<em>canton<\/em>, tuttavia, l\u2019ospedale si trovava in una zona popolata da famiglie fedeli allo <em>chef de canton<\/em>. Poich\u00e9 la tensione tra queste persone e gli <em>opposants<\/em> era alta, questi ultimi non osavano addentrarsi in un territorio a loro ostile. Di conseguenza, l\u2019ONG non \u00e8 riuscita a raggiungere questi pazienti, che quindi non sono stati curati ed hanno finito per contagiare familiari e vicini.<\/p>\n<p>Questo esempio illustra come la mancanza di conoscenza del contesto e dei conflitti nelle zone in cui s\u2019interviene possa arrecare danni imprevisti. Nel rispondere a queste situazioni, gi\u00e0 negli anni novanta, le agenzie di aiuto umanitario cominciarono a investire risorse per capire come evitare le conseguenze negative e involontarie dell\u2019aiuto umanitario. Ricercatori e operatori cominciarono a chiedersi se esistessero approcci diversi all\u2019aiuto umanitario, o se tali conseguenze negative fossero semplicemente inevitabili. Questi lavori culminarono nella pubblicazione del libro <a href=\"http:\/\/cdacollaborative.org\/publication\/do-no-harm-how-aid-can-support-peace-or-war\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">\u201cDo No Harm: How Aid Can support Peace or War\u201d<\/a> di Mary B. Anderson, nel 1999<a href=\"https:\/\/itonweb.com\/index.php\/2018\/04\/05\/the-case-for-conflict-sensitivity\/#_ftn1\" name=\"_ftnref1\"><\/a>. Da allora, le agenzie umanitarie hanno cominciato a usare l\u2019approccio <em>Do No Harm<\/em> (Non nuocere) al fine di monitorare l\u2019impatto dell\u2019assistenza umanitaria in zone di conflitto. Allo stesso tempo, donatori e organizzazioni multilaterali hanno cercato di integrare il\u00a0<em>Do No Harm<\/em> nei loro interventi, come base per la creazione di <a href=\"http:\/\/www.international-alert.org\/publications\/conflict-sensitive-approaches-development-humanitarian-assistance-and-peacebuilding\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">pratiche sensibili al conflitto nell\u2019assistenza umanitaria<\/a>. L\u2019approccio <em>Do No Harm<\/em> ha tre presupposti di base: i) l\u2019aiuto non \u00e8 neutro; ii) l\u2019aiuto \u00e8 un trasferimento di risorse, quindi un oggetto di competizione; iii) a seconda di come l\u2019aiuto \u00e8 fornito, questo pu\u00f2 mitigare i conflitti, o fomentarli.<\/p>\n<p>Quasi 20 anni dopo la pubblicazione del libro di Mary Anderson, si avverte ancora il bisogno di una vera integrazione del <em>Do No Harm<\/em> nell\u2019aiuto umanitario. Sebbene diverse metodologie e corsi di formazione esistano e siano accessibili agli operatori del settore, rimangono diversi ostacoli per un\u2019effettiva integrazione di tale approccio. Fra questi, vale la pena di citarne due. Innanzitutto, molte ONG sono persuase che condurre un\u2019analisi di conflitto in qualsiasi contesto sia una violazione di un loro principio fondamentale: la neutralit\u00e0. In altre parole, c\u2019\u00e8 la percezione secondo cui il semplice fatto di chiedersi (e chiedere) quali siano gli attori implicati nel conflitto, e per quali ragioni, diminuisca la neutralit\u00e0 (o la percezione di neutralit\u00e0) delle ONG. Il secondo ostacolo consiste nella convinzione secondo cui i settori d\u2019aiuto umanitario delle ONG non coinvolgono interventi inerenti a risoluzione dei conflitti o la riconciliazione, e per questo l\u2019analisi di conflitto, o un approccio sensibile al conflitto, sarebbe quindi\u00a0 irrilevante.<\/p>\n<p>Tuttavia, come conferma l\u2019esempio all\u2019inizio dell\u2019articolo, il conflitto pu\u00f2 avere conseguenze molto negative sulle attivit\u00e0 e sui progetti degli operatori umanitari, arrivando anche a influenzare la percezione della loro neutralit\u00e0 da parte dei beneficiari. A questo riguardo, la ricerca condotta su questo tema negli ultimi anni ha reso evidente che la consapevolezza dell\u2019interazione tra l\u2019intervento\u00a0 e il contesto nel quale esso si sviluppa non incide sulla neutralit\u00e0 delle ONG, ma \u00e8 un punto di partenza importante per evitare di arrecare danno. Allo stesso modo qualsiasi intervento, sia esso su sicurezza alimentare, salute e igiene, o agricoltura, pu\u00f2 e deve essere sensibile al conflitto.<\/p>\n<p>Se \u00e8 vero che un progetto sensibile al conflitto non ha bisogno di promuovere la pace come suo obiettivo primario, le conoscenze acquisite finora rendono chiaro che \u00e8 altrettanto vero che un tale approccio andrebbe sempre a favore dell\u2019efficacia e dell\u2019efficienza dell\u2019aiuto umanitario in generale.[\/vc_column_text][\/vc_column][\/vc_row]<\/p>\n<\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>05\/04\/2018 &#8211; Aessandro Totoro &#8211; Ho svolto una delle mie ultime missioni in Chad, dove ho condotto un\u2019analisi di conflitto per una\u2019agenzia di sviluppo che lavora nel paese. 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